29 aprile 2007

Il balletto dell'ICI

Sembrava impossibile. Eppure a sinistra si nota una certa buona volontà.
Come quella di riconoscere, anche se forse in maniera involontaria, che l’avversario politico, per alcuni il nemico politico, non sempre dice idiozie.
Così, dopo aver fatto un passo indietro sull’abolizione della Legge Biagi, dopo aver ereditato dai disastrati conti pubblici un "tesoretto" di 10 mln di euro, ecco che il nostro Governo fa sua la proposta dell’ex premier Berlusconi di abolire la tassa sulla prima casa. Un passo indietro dunque.

Così Silvio Berlusconi il 3 aprile 2006, alla chiusura della campagna elettorale per le elezioni politiche:
"Per noi la casa, la prima casa è sacra come e' sacra la famiglia. Per questo aboliremo l'Ici. Avete capito bene, aboliremo l'Ici su tutte le prime case e quindi anche sulla vostra. E' una decisione coraggiosa ma profondamente sentita". (Silvio Berlusconi, RaiNews24, 04.04.2006)

Secca la replica dello sfidante Romano Prodi:
"C'e' una differenza di serietà e di credibilità. Siamo addirittura arrivati al botto finale dell'abolizione dell'Ici, cioè la chiusura di tutti i comuni italiani". (Romano Prodi, RaiNews24, 04.04.2006)

Non è da meno il Presidente della Margherita, Francesco Rutelli:
"La mossa disperata di annunciare un comico taglio dell'Ici, ovvero la bancarotta di tutti i comuni italiani, è la conclusione naturale della vicenda di un governo e di un premier che hanno sfasciato il paese. Dall'11 aprile tocca a Prodi e al centrosinistra ricostruire e far ripartire l'Italia". (Francesco Rutelli, La Repubblica on line, 03.04.2006)

Il Rutelli 2007, nemmeno lontano parente del Rutelli 2006, dichiara:
"Via l'Ici della prima casa e tassazione secca del 20% sugli affitti il cui gettito passi interamente ai Comuni, compensandoli della perdita dell'Ici". (Francesco Rutelli, Il Sole 24 Ore, 20.04.2006)

Non sappiamo se la brusca sterzata sia dettata da un nuovo maturato convincimento o dalla lettura dei recenti sondaggi, non sappiamo se Rutelli sia cambiato per progredire o se sia cambiato "per non morire".
Si conferma comunque ancora una volta la teoria secondo la quale la sinistra prima o poi dice ciò che gli altri sostengono da tempo.
Ci aspettiamo che presto Rutelli rivendicherà la paternità della scelta di cancellare l’ICI sulla prima casa, così come Prodi, con il tesoretto in tasca, probabilmente affermerà che lui l’aveva detto, anche in campagna elettorale, che i conti dell’Italia andavano bene. Del resto il centrosinistra è il luogo politico di chi, essendo stato iscritto per anni alla FGCI, dopo la caduta del Muro, ha proclamato di non essere mai stato comunista, anzi, di essere sempre stati anti-comunista.

Per finire avremmo un suggerimento per il Partito Democratico. Per risparmiare tempo e fatica, invece di fare interminabili commissioni per fissare obbiettivi e programma, prendano un vecchio programma di Forza Italia e lo presentino come il proprio avveniristico e innovativo programma capace di dare un radioso futuro al Paese.
Guadagneranno tempo e arriveranno allo stesso risultato.

25 aprile 2007

Riformismo, foglia di fico

In Italia stiamo assistendo ad un fenomeno politico epocale: la nascita del Partito Democratico. Operazione che presenta certamente gradi di originalità e di difficoltà non comuni.

L'intenzione infatti è quella di fondere insieme un gran numero di idee divergenti fino a trasformarle in un’unica fonte ispiratrice di ideali e di obbiettivi comuni.
Il PD sarà un partito fondato su di un autentico cattolicesimo laico, o forse su di un laicismo cattolico. Il problema assorbirà molte energie, data la sua rilevanza non certo inferiore alla questione se l’Unione sia uno schieramento di centro sinistra con o senza trattino.


Non c’è dubbio comunque che il problema verrà brillantemente risolto, probabilmente dopo aver commissionato un sondaggio per sapere se "cattolaici" suona meglio di "laicattolici". Noi consiglieremmo cattolaici che rappresenta una moderna evoluzione del superato cattocomunisti.

Il PD andrà oltre le vecchie idee di società incarnate in Europa da socialisti e popolari e aprirà una nuova via. Si costituirà nel Parlamento europeo in gruppo autonomo, dando così anche alla UE un contributo rilevante per il raggiungimento di quel bipolarismo che la sola nascita del PD già favorisce in Italia (il solo Mussi sembra non essersene accorto).
Il PDE a Strasburgo perciò si collocherà in mezzo al PSE e al PPE, ma un po' più in alto, per rimarcare la propria superiorità morale, potrà scegliere con chi allearsi di volta in volta o, secondo un metodo ancora più innovativo, potrà dividersi appoggiando in parte gli uni e in parte gli altri per poi ricomporsi più forte e compatto di prima.


Il PD, come ci hanno ripetuto all’infinito, sarà la grande casa dei riformisti. Sarà cioè la casa di coloro che fanno politica pensando di poter incidere sulla vita dei cittadini attraverso l’approvazione di leggi che riformino quelle esistenti. Potrà essere perciò la casa di tutti coloro che siedono in Parlamento, escludendo tutti coloro che intendono modificare gli assetti politico-economici del Paese non con leggi ma con la rivoluzione armata.

Questo è il tratto veramente caratterizzante del nascente PD e lo si è voluto rimarcare anche nella scelta del nome: sono state infatti immediatamente escluse le denominazioni di Partito Rivoluzionario e Partito Totalitario.
Il PD realizzerà quindi riforme nella democrazia. Resta da decidere solo che tipo di riforme.

Per ora non si può che condividere il pensiero di Alessandro Robecchi che sul Il Manifesto del 22 aprile, sotto il titolo: "Ecco le idee del Partito democratico", riportava tre colonne vuote e una sola frase: "E’ tutto".


E questa è proprio l’idea vincente del PD. Con una grande operazione di marketing, e allo stesso tempo di democrazia, ogni iscritto, ogni simpatizzante e forse ogni italiano potrà riempire le pagine bianche dando così vita ad un programma che contenga le esigenze e i desideri di tutti, nessuno escluso, e che superi per completezza il pur già ipertrofico programma dell’Unione.


21 aprile 2007

La storia continua

Bei tempi quelli in cui Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi andavano a braccetto, prima ancora che l’attuale Ministro degli Esteri
preferisse passeggiare al fianco di qualche anonimo hezbollah.

Bei tempi dicevamo.
Erano i tempi del ’95 in cui il leader della neonata Forza Italia aveva la parola al Congresso dell’allora Pds. Erano i tempi in cui il Vicepresidente in quota Quercia riusciva anche a dire "basta con la demonizzazione dell'avversario, basta con la cultura del nemico, dobbiamo diventare un Paese normale. Con il Polo ci vuole rispetto e dialogo sulle regole".
Erano i tempi in cui Gianpaolo Pansa coniò il termine "Dalemoni" per denunciare una simbiosi tra i due leader.

Poi vennero i bei tempi della Bicamerale, varata col sostegno di Silvio allora capo dell’opposizione. Osteggiata da opposti fronti, la Commissione non riuscì nell’intento di varare le sperate riforme che restarono chiuse in un cassetto, custodendo in esso anche quell’idillio tra Silvio e Massimo che molti diedero per infranto.
Sbagliavano, peccavano di voluto pessimismo.
Il romanzo, a tinte forti, si snoda ora in un nuovo, non inatteso, capitolo.

Questo il prologo a firma del Presidente DS: "Berlusconi ha una straordinaria percezione di quanto accade sulla scena politica. E io spero che anche il centrodestra si incammini sulla strada della costruzione di una grande forza conservatrice che vada oltre la frammentazione della Casa delle Libertà". Quasi un assist all’amico Silvio, lanciato proprio lì dove inizia l’avventura del Partito Democratico la cui guida sarà tirata a sorte fra il Baffin di Ferro e il kennediano Sindaco di Roma.


Se nella buona e nella cattiva sorte Berlusconi e D’Alema hanno sempre raggiunto un’intesa per la reciproca sopravvivenza politica e per la difesa dei propri ruoli, a volte snobbati anche dagli stessi alleati, se tra i due il mutuo rispetto sembra avvalorato dai rispettivi acumi politici, allora potremmo anche sostenere che sembrano essere finiti i tempi bui per la democrazia.

Tempi in cui Massimo D’Alema diceva: "Sogno di vedere Berlusconi chiedere l’elemosina all'angolo della strada".
Ma forse, la nostra, è soltanto fantapolitica.

17 aprile 2007

Ricolfi pensiero bis

Quando un anno fa gli italiani sono stati chiamati alle urne molti di loro non sapevano, o non immaginavano, che la stabilità del futuro governo sarebbe stata così precaria.
Sono stati sufficienti pochi e sparuti provvedimenti, pochi e sparuti dibattiti nelle Aule per dimostrare che l'attuale Esecutivo è in grado di cadere ieri, oggi o domani.

Se dovessimo tentare di stilare un bilancio della sua attività non potremmo nascondere qualche imbarazzo nel ricercare provvedimenti andati a buon fine e promesse mantenute. Su quest'ultime spicca la riduzione del cuneo fiscale a imprese e lavoratori dipendenti. Le aziende non hanno ottenuto nulla, i secondi hanno avuto sì un aumento di 300/400 euro l’anno, ma solo per un lavoratore su quattro.
C'è poi la fandonia sulla ripresa economica generata dai buoni propositi del governo Prodi.
Così non è. Il tasso di crescita dell'Italia resta al di sotto di quello dell’Eurozona e la nostra quota di esportazioni sono in continuo calo nonostante una stangata fiscale che, secondo i governanti, era necessaria per riparare i danni economici provocati da Berlusconi.

Anche questa fa parte delle storielle che tanto piacciono all'Unione.
Come afferma il Prof. Luca Ricolfi infatti "le entrate tributarie, al netto delle una tantum della Finanziaria 2006, erano cresciute in modo imprevisto già nel primo trimestre del 2006, e nel resto dell’anno - ossia dopo l’insediamento del governo Prodi - non sono cresciute a un ritmo più rapido che nel primo trimestre...In breve, l’extra-gettito di cui ora si dà mostra di stupirsi, era perfettamente visibile già a metà dell’anno scorso, ai tempi della due diligence e del Dpef, ed era largamente consolidato in autunno, ai tempi del dibattito sulla Finanziaria".

Omettere i dati contabili sull'extra gettito aveva per il governo Prodi molteplici finalità: procedere con la diffamazione del precedente esecutivo di centrodestra, aumentare liberamente la tassazione, evitare il finanziamento di nuove spese pubbliche.

Lo studioso non risparmia neppure critiche all'indulto, varato dal Parlamneto ma fortemente sponsorizzato dal Governo: "i reati avevano cominciato a diminuire fra il 2005 e il 2006, m appaiono purtroppo di nuovo in aumento dalla seconda metà del 2006 specie da parte di stranieri. Insomma, per quel che è dato capire al momento, l’indulto ha interrotto un processo di riduzione dei reati che era appena iniziato, proprio come la Finanziaria del 2007 è destinata a smorzare la ripresa in atto".

Ah già. Dimenticavamo il fiore all'occhiello del governo, le liberalizzazioni del ministro Bersani.
Unico provvedimento varato tra le proteste della maggiore classe produttiva del paese.

14 aprile 2007

Contraddizioni in essere

Ciò che è scaturito dall’improvvida gestione da parte del Governo italiano sul sequestro di Daniele Mastrogiacomo è cosa nota, purtroppo non soltanto in casa nostra.

Le critiche espresse dall’Europa e dagli Stati Uniti hanno aperto le danze ad un vortice di polemiche che, iniziate con le accuse del fondatore di Emergency a Romano Prodi e al presidente afghano Hamid Kharzai in seguito all'uccisione di Adjmal Nasqebandi, interprete del giornalista italiano, si sono concluse con le rivelazioni dello stesso Kharzai il quale ha sottolineato che la trattativa per la scarcerazione di terroristi talebani, in cambio del rilascio dell’inviato di Repubblica, si è svolta dopo una precisa richiesta dell’Italia avanzata da Prodi.

A Radio24, il premier Prodi torna sullo scottante annuncio del presidente afghano: "Quello che ha fatto l’ha fatto sapendo di fare un piacere ad un Paese che lo sta aiutando. Non si è mai parlato di ritiro o meno delle truppe italiane".

Chi mente dunque? L’esperienza di un anno di governo ci induce a dare maggior credito alle affermazioni provenienti da Kabul che entrano nel coro delle già ben note e controverse vicende sulle quali l’esecutivo Prodi si è più volte impantanato: la Finanziaria 2007 capace di smentire le promesse annunciate in campagna elettorale; la concessione di un indulto necessario a rendere più vivibili i carceri; il piano Rovati su Telecom Italia; la caduta del governo sulla politica estera e di difesa; le manifestazioni del governo contro se stesso; la bocciatura al Tar del Decreto Turco sulle droghe leggere; la persistente presenza della politica nell'economia che deprime le potenzialità dell'impresa; il ddl sui DiCo che ha prolificato ben 9 testi di legge frantumando la maggioranza.

Un’ambiguità reiterata che non depone a favore dell’Esecutivo in carica e che offre la sponda al presidente afghano e alla risonanza che la stampa internazionale ha dato alle sue dichiarazioni.

Una volta era la "discontinuità" col passato alla quale diversi ministri orgogliosamente si aggrappavano per rivendicare la superiorità del loro governo:
"Non voterò un semplice rifinanziamento della missione italiana a Kabul, ci devono essere degli elementi di discontinuità con il passato" Paolo Ferrero (La Repubblica 19 gennaio 2007)

"Sulla politica internazionale, Prodi conferma gli elementi di discontinuità con la politica estera del governo precedente, come aveva già fatto D’Alema" Franco Giordano (Liberazione 28 febbraio 2007)

"C’è la buona volontà di arrivare a rispettare gli impegni presi a giugno e dare un segno di discontinuità: nel programma dell'Unione non c'è il ritiro dall'Afghanistan ma nemmeno una permanenza indefinita in una situazione che è disastrosa" Pecoraro Scanio (Corriere della Sera 5 marzo 2007)

"Siamo di fronte a una caratterizzazione di questa maggioranza con una discontinuità netta rispetto al passato e con una politica di pace, per cui ha tutte le ragioni per farla valere" Fausto Bertinotti (La Repubblica 16 luglio 2006)

Oggi il Ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, nel dare conto dell'operato del governo sul caso Mastrogiacomo, per rivalutare la sua azione ai deputati riuniti dice:
"Ci siamo mossi sulla base di un criterio che è stato quello di dare priorità alle ragioni umanitarie e cioè la salvezza della vita degli ostaggi. È un criterio non deciso dal governo Prodi ma che è stato utilizzato anche da altre forze politiche…Abbiamo agito in continuità con i governi precedenti" facendo capire che la virtù dell’attuale Esecutivo consiste nell’essersi comportato come quello precedente.

Forse un maggior senso di responsabilità, e di umiltà, da parte del governo ispirerebbe una maggiore attendibilità poiché una politica fatta di equilibrismi è una politica con molti obbiettivi ma senza traguardi.

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immagine: M.C.Escher "Relativity", 1953

10 aprile 2007

Spinelli vietati al figlio del Ministro

Se non avessi letto con i miei occhi avrei pensato di assistere ad una puntata della fortunata trasmissione Scherzi a Parte.
Invece no. E ancora non so se ciò sia una fortuna o una disgrazia.

E’ l’Adn Kronos a fare il lancio sull’affermazione del Ministro della Salute, Livia Turco, che, intervistata dal settimanale "A", dichiara che fumare uno spinello è sconsigliabile:
"Sono talmente convinta che faccia male da esercitare fino in fondo, a differenza di tanti genitori di oggi, la mia funzione educativa su mio figlio sedicenne. Gli ho fatto capire che fa male, che lui non deve farsi irretire da un suo amico. Tutte le droghe, compreso lo spinello, sono distruttive. A mio figlio ho fatto un capoccione così. E lui ha capito".

Prendo così atto che il figliolo del Ministro ha un posto privilegiato rispetto ai restanti giovani italiani, che lo stesso ha certamente criterio ma che questo con scarsa probabilità ha origini genetiche.
Perché se così fosse il Ministro non avrebbe fermamente voluto un Decreto che innalza da 500 milligrammi a 1 grammo la quantità massima detenibile di cannabis, provvedimento poi bocciato dal Tar, che ha così impedito il verificarsi di un aumento della potenzialità distruttiva per chi ne avesse usufruito.

Ma sarà certamente di conforto al Ministro sapere che l'Italia è il paese europeo, dopo la Spagna, dove si consuma più cocaina. Il dato ufficiale, anticipato dal Tg5 e inserito nel rapporto annuale della Direzione centrale per i servizi antidroga, ci induce a cercare quali siano le affinità fra i due Paesi che spingono le rispettive popolazioni a rifugiarsi nella droga.


Qualcosa a che fare con la situazione politica? Chissà…

07 aprile 2007

Telecom, allarme Mediaset

Correva l’anno 1997.
La fusione fra Stet e Telecom, predisposta dall’allora Governo Prodi, equivaleva al debutto sul mercato delle privatizzazioni della maggiore azienda italiana di telecomunicazioni.

Si può affermare che fu Romano Prodi ad avviare una privatizzazione condivisibile negli obbiettivi ma discutibile nel metodo, dalla quale scaturì anche lo scandalo Telekom Serbia ? Si può affermare che con il contributo dell’allora premier Massimo D’Alema il primo gruppo italiano passò dalle oculate mani di Bernabè a quelle bucate di Colaninno e Gnutti con l’obbiettivo di rivendere Telecom a Tronchetti Provera? Tendiamo a credere di sì.

Ma è l'attualità economico finanziaria a riportare alla luce vicende che il mondo politico aveva rinchiuso nel cassetto della memoria.

L’interesse mostrato per Olimpia, e quindi per Telecom, dagli americani di AT&T e dai messicani di America Movil, è capace di mettere in allarme il Governo che, se da un lato sforna pacchetti di ostentate liberalizzazioni, dall’altro predilige nazionalizzare quei settori industriali che detengono un ruolo chiave nell’economia del paese.


Il fallimento del Piano-Rovati, vicenda definita da Prodi "un folle attacco al governo", e il mancato ingresso della Cassa Depositi e Prestiti in Telecom Italia, resterà agli atti quale prova inconfutabile delle intenzioni dirigiste dell’attuale coalizione di maggioranza.
Sconfessando la teoria secondo la quale soltanto il libero mercato produce crescita economica, l’Esecutivo si è detto "preoccupato" per un eventuale acquisizione a stelle e strisce della maggiore azienda italiana di tlc e ha auspicato la discesa in campo di altri operatori europei.
Forse poco importa al Governo Prodi che gli operatori di telefonia presenti sul nostro territorio siano tutti stranieri: H3G è del cinese Li Ka Shing; Vodafone è una multinazionale estera; Wind è stata venduta dall’Enel all’egiziano Sawiris. Non è diverso nel settore televisivo dove il magnate Rupert Murdoch, editore di Sky, resta a tutti gli effetti monopolista della tv satellitare in Italia.

L’idiosincrasia verso gli Stati Uniti è talmente incontenibile che il Ministro delle Comunicazioni non disprezzava neppure un eventuale partecipazione di Mediaset alla scalata. Il che è di per seesaustivo. Ma il desiderio di Paolo Gentiloni rivela che egli non possiede una reale conoscenza della norma vigente che governa le comunicazioni. La Legge Gasparri infatti non consente agli operatori del settore "di conseguire ricavi superiori al 20% dei ricavi complessivi del Sistema Integrato delle Comunicazioni" (Legge 112/2004, art.15).

Lo ha fatto notare direttamente l’estensore della legge, l’ex Ministro Maurizio Gasparri, che a Il Foglio, il 3 aprile 2007, ha detto: "la Legge Gasparri lo vieta. E, in effetti, in quelle norme ci sono tetti che impediscono questo incontro".
L'attuale Ministro, è così tornato sui suoi passi affermando che è "fuorviante pensare a un salvataggio targato Berlusconi" perché "il controllo incrociato di Mediaset e Telecom Italia è vietato dalla legislazione vigente…". Corriere della Sera, 5 aprile 2007

Presunta inconsapevolezza del Governo ? Probabile, ma è invece una mezza certezza che in Italia cresca il numero di coloro che mirano più alle rendite piuttosto che a virtuose gestioni aziendali nascondendosi dietro la falsa maschera del campanilismo, che ovviamente perde tutto il suo fascino quando è ricercato dai vari Giordano o Gentiloni di turno.
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immagine: L'Unità del 05.04.2007

03 aprile 2007

Quando finisce un amore

Gino Strada, rientrato a Milano dall'Afghanistan, chiede al governo italiano un’assunzione di responsabilità per la liberazione di Adjmal Mashkbandi e per Radmatullah Hanefi, rispettivamente l'interprete di Daniele Mastrogiacomo, rapito dai talebani, e l'uomo di Emergency, che ha trattato per la liberazione del giornalista di Repubblica, arrestato dalla polizia afghana. Lo chiede ad alta voce Gino Strada perché egli non "vuole pagare per un accordo tra Prodi e il governo Kharzai".

Pronta la risposta del Ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, che respinge le accuse: "Ci siamo attivati da subito e siamo attivi". "Non è affatto vero che il governo italiano non abbia, sin dal primo momento, preso tutte le iniziative possibili" per la scarcerazione del collaboratore di Emergency".

Non appare ancora ben chiaro quali passi abbia intrapreso esattamente il nostro Governo. Possiamo però provare a fornire qualche suggerimento al Ministro D'Alema.

Egli potrebbe trasmettere a Kharzai le richieste di Emergency riportate in sanscrito su un pizzino da lasciare nottetempo nella buca delle lettere del Presidente afghano, replicando così la procedura di passaggio di carte che aveva già dato ottimi risultati in occasione delle trattative per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo.

Potrebbe invitare a cena il mullah Omar, leader spirituale dei talebani, e il presidente Kharzai nella sua casa di Roma per offrirgli orecchiette alle cime di rapa preparate con maestria dalla moglie Linda. O forse meglio i bucatini all’amatriciana? Cosa suonerà meglio sui libri di storia, il Patto dell’orecchietta o del bucatino?
Certo, non ancora una Conferenza di Pace ma comunque una pietra miliare nella storia dell’umanità.

Oppure potrebbe richiedere a Kharzai la liberazione di due talebani. No, forse meglio ripiegare sulla richiesta al Presidente brasiliano Lula di liberare Cesare Battisti.

Potrebbe infine offrirsi come preziosa merce di scambio gradita ai talebani, i quali per la sua liberazione potrebbero richiedere una favolosa ricompensa.
Ma ripensandoci quest’ultima ipotesi sembra troppo ardita. I talebani non sono certamente così sprovveduti da non sapere che Prodi, in ossequio alla fermezza chiesta dai nostri alleati, rifiuterebbe qualsiasi trattativa per la liberazione del suo Ministro degli Esteri...

01 aprile 2007

Un partito. Anzi, due

E’ tortuosa la strada verso il Partito Democratico.
Crescono i mal di pancia, aumentano i dubbi, e le lotte fra le correnti interne ai partiti evidenziano il problema dei problemi: come dividersi la stanza dei bottoni.

Chi ha scelto di parlar chiaro è il Ministro della Difesa. Dopo aver deciso di non presenziare ai congressi regionali, Arturo Parisi ha dichiarato che si sta assistendo "a mere risse di potere, segnate per di più in troppi casi da una diffusa illegalità e dal disprezzo di ogni regola, oltre che dal totale disinteresse verso la politica".
Gli fa eco il primo cittadino di Roma. Walter Veltroni, dal palco dell’assise della Quercia capitolina, dice che il Partito Democratico "per prima cosa deve corrispondere al suo aggettivo, deve essere davvero democratico e non la somma di due gruppi dirigenti che si mettono insieme magari già divisi al loro interno".

Gli ingredienti per un’indigestione sembrano esserci davvero tutti. Ma a sinistra c’è anche il rischio che non sia sufficiente un antiacido a rimettere il malato in piedi.

Lo strappo annunciato dal leader del Correntone, Fabio Mussi, sembra irrecuperabile.
"Si è chiusa una storia. Se parte la costituente del partito democratico formeremo una nuova forza" cioè la costituzione di un moderno movimento politico che possa "restituire una sinistra all'Italia".

Ci si aspetterebbe che un Partito si fondi su un’idea e su principi condivisi. Ciò non sembra appartenere al costituendo Partito Democratico se si pensa che ancora non è stato deciso dove siederanno i suoi rappresentanti a Strasburgo, non essendo quest’ultimo un fatto puramente logistico ma legato ai valori di riferimento.
Allo stato dei fatti c’è da chiedersi perché una tale ostinazione nel formare un Partito unitario nel quale si andrà inevitabilmente a litigare quando ciò accade anche ora, all’interno delle attuali formazioni politiche.