Come il bianco e il nero nella scienza empirica dell’arte anche il dualismo destra – sinistra nella scienza teorica della politica non sembra esistere.
Con la cultura del presente la distinzione fra ciò che è di destra e ciò che è di sinistra non sembra avere più confini. I fatti recenti dimostrano che l’attuale classe politica, seppur riferendosi ancora ai vecchi stereotipi ideologici e agli schieramenti tradizionali, ha affrontato i problemi senza che emergessero nette distinzioni.
Temi quali la guerra in Iraq, in Afghanistan, le relazioni internazionali o lo stato sociale, posta la diversità e i contrasti nella dialettica politica, non sono stati trattati in modo da rendere riconoscibili politiche di destra o di sinistra.
Una sinistra la cui base grida oggi al tradimento quando alcuni dei suoi eletti votano contro il rifinanziamento della missione in Afghanistan e l’allargamento delle basi Usa in Italia, onorando così gli impegni assunti coi propri elettori, contraddice il concetto di Pacifismo sempre e comunque caro al centrosinistra di opposizione.
Una destra che ha elargito aumenti al pubblico impiego senza vincolarli ad alcuna valutazione di rendimento contraddice il concetto di Meritocrazia proprio del centrodestra.
Se di diversità dobbiamo parlare dunque essa è probabilmente non nei comportamenti attuali ma nella loro storia.
Per Giovanni Sartori, esiste oggi una destra "raccogliticcia nata attorno alla stella di Berlusconi, una specie di armata Brancaleone senza storia" e una sinistra che "invece ha troppa storia. I sessantenni e i settantenni hanno ancora in testa il Pci di matrice togliattiana…Il Pci invece ha fatto tesoro della lezione gramsciana dell’egemonia…".
Il professore afferma inoltre che "la destra un’identità vera non l’ha mai avuta, e forse non la cerca nemmeno. I suoi punti di riferimento restano sempre gli stessi: il libero mercato, la concorrenza, la libertà, la fede nell’individuo. Tutte cose di cui però i suoi dirigenti non sanno granché e nelle quali credono solo fino a un certo punto….Invece la sinistra è in gravissima difficoltà: ha perso il suo ideale vivente, l’Unione Sovietica. Checché se ne dica, e fino a dopo la vicenda dei missili di Comiso, il Pci ha sempre sostenuto la politica di conquista sovietica. Oggi si arrabatta per cercare un’identità, in un modo a mio avviso stravagante. Dicono "viva i matrimoni gay"; ma si vogliono identificare con i gay?" (La Stampa, 03.04.2006)
Nicola Matteucci, uno dei massimi studiosi dello storico Alexis de Tocqueville, "a sinistra si vuole più giustizia sociale e a destra si vuole più libertà. Ma sono conflitti che possono essere ricomposti nella normale dialettica politica, non è più come ieri quando tra la liberaldemocrazia e il socialismo dell'Est bisognava fare una scelta di civiltà… Oggi non esiste l'ortodossia dell'Ulivo e quella del Polo, commettiamo un errore se etichettiamo in un certo modo chi milita da una parte e in un altro chi fa parte dello schieramento opposto". (Il Foglio, 1998)
Crisi delle ideologie o dell’identità ?
Sopravvivono certamente nelle dichiarazioni, e forse nelle intenzioni, i vecchi cavalli di battaglia dei due schieramenti: solidarietà, ecologia e uguaglianza in una curva; libertà, sicurezza e meritocrazia dall’altra, ma non è facile riconoscere il perseguimento di questi obiettivi nei provvedimenti presi dall’una e dall’altra parte.
Forse aveva ragione Ronald Reagan quando nel 1964 diceva: "You and I are told increasingly that we have to choose between a left or right. Well, I would like to suggest that there is no such thing as a left or right. There is only an up or down. Up to man’s age-old dream, the ultimate in individual freedom consistent with law and order, or down to the ant heap of totalitarianism".
Destra, Sinistra, il confine
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Solite interferenze
Detto che deve essere sfuggito al Viceministro delle Finanze che ha invece avuto il da fare di una comare ciarliera.
Orbene, poteva forse una comare non interferire laddove il buonsenso lo richiede ? Come nelle più popolane commedie all’italiana anche Visco è caduto nel brogliaccio cedendo all’intromissione del potere politico su un corpo militare.
Quando un Viceministro dispone al Comandante della Guardia di Finanza la rimozione di ufficiali, quando un Viceministro impone al capo della GdF di concordare i prossimi impieghi dei militari, quando un Viceministro intima un ultimatum al capo della GdF affinché vengano azzerati i vertici lombardi delle Fiamme Gialle impegnati ad indagare sulla scalata a Bnl e Antonveneta da parte di Unipol, sino a Telecom, ci sono tutti gli ingredienti per l’apertura di una crisi istituzionale.
E se la comare difende i suoi cicalecci sostenendo che "gli avvicendamenti sono unicamente riconducibili ad esigenze di servizio" la commedia diventa farsa perché anche nelle bugie vi è sempre un fondo di verità.
Noi, pazienti spettatori di una commedia degna di Ionesco lasciamoci invadere dai paradossi e dalle improvvisazioni fin quando non calerà il sipario.
Applausi, signori.
Orbene, poteva forse una comare non interferire laddove il buonsenso lo richiede ? Come nelle più popolane commedie all’italiana anche Visco è caduto nel brogliaccio cedendo all’intromissione del potere politico su un corpo militare.
Quando un Viceministro dispone al Comandante della Guardia di Finanza la rimozione di ufficiali, quando un Viceministro impone al capo della GdF di concordare i prossimi impieghi dei militari, quando un Viceministro intima un ultimatum al capo della GdF affinché vengano azzerati i vertici lombardi delle Fiamme Gialle impegnati ad indagare sulla scalata a Bnl e Antonveneta da parte di Unipol, sino a Telecom, ci sono tutti gli ingredienti per l’apertura di una crisi istituzionale.
E se la comare difende i suoi cicalecci sostenendo che "gli avvicendamenti sono unicamente riconducibili ad esigenze di servizio" la commedia diventa farsa perché anche nelle bugie vi è sempre un fondo di verità.
Noi, pazienti spettatori di una commedia degna di Ionesco lasciamoci invadere dai paradossi e dalle improvvisazioni fin quando non calerà il sipario.
Applausi, signori.
22 maggio 2007
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Il sapere e la verità
Se è vero che esiste un nesso tra la verità e il sapere e se è altrettanto vero che il ad un maggior sapere corrisponde una maggiore verità, allora possiamo affermare che i redattori de L’Unità praticano disinformazione. Il che pare evidente scorrendo la lettura della quotidiana rubrica di Maria Novella Oppo che, commentando l’acquisto di Endemol da parte di Mediaset, sembra volere far ricredere sulla sua collaudata professionalità. La Oppo, che non lesina aride battute al vetriolo su Silvio Berlusconi e sul ruolo che egli avrebbe avuto nell’operazione, plasma la notizia secondo lo schema classico che aggrada il lettore tipico del quotidiano di Via Due Macelli scrivendo in senso ironico che "è incredibile che qualcuno si allarmi per il fatto che Mediaset, comprando Endemol, possa controllare la Rai".
Sarebbe interessante capire come potrebbe un fornitore di programmi controllare un cliente in un mercato concorrenziale.
La Oppo non può non sapere che in Italia vi sono numerosi concorrenti di Endemol quali Magnolia e Ballandi, tanto per citare i più famosi, fra quelli che hanno rapporti con RAI.
E non va dimenticato che la stessa RAI, che ha un numero di dipendenti più che doppio rispetto a Mediaset, potrebbe un giorno, magari lontano, produrre qualche programma in proprio, così, tanto per giustificare l’enorme numero di creativi a libro paga.
In ultima analisi temere danni a RAI a causa dell’acquisto di Endemol da parte di Mediaset sarebbe come se la Bmw temesse di non poter più far circolare le proprie auto perché la Mercedes ha acquistato la Total, e questo nonostante la Bmw avesse un enorme, inesauribile pozzo petrolifero nel proprio giardino.
Ma l’imbarazzo si fa inquietudine se procediamo con la lettura.
E non va dimenticato che la stessa RAI, che ha un numero di dipendenti più che doppio rispetto a Mediaset, potrebbe un giorno, magari lontano, produrre qualche programma in proprio, così, tanto per giustificare l’enorme numero di creativi a libro paga.
In ultima analisi temere danni a RAI a causa dell’acquisto di Endemol da parte di Mediaset sarebbe come se la Bmw temesse di non poter più far circolare le proprie auto perché la Mercedes ha acquistato la Total, e questo nonostante la Bmw avesse un enorme, inesauribile pozzo petrolifero nel proprio giardino.
Ma l’imbarazzo si fa inquietudine se procediamo con la lettura.
All’affermazione: "…come ha detto Prodi, in confronto alla Rai, la guerra in Libano è uno scherzo" è bene prendere atto di come il Governo, ma la sinistra in generale, consideri la missione militare Unifil tuttora in corso al confine libano/israeliano. Vale a dire, usando le parole del Premier, che la guerra vera, quella per la presa del potere, si gioca in Viale Mazzini e non certo a Beirut dove al limite i nostri soldati sarebbero impegnati in una partita di Risiko.
E poco importa se nell’area in questione la tensione va salendo, poco importa che i nostri 2.500 soldati siano in pericolo anche solo se in fase di pattugliamento delle linee di confine, e ancor meno importa se il mandato conferito dall’Onu impedisce ai militari italiani ogni possibilità di offesa e limita quella di difesa. Poco o nulla importa dicevamo, perché per il Governo è il controllo della Rai prevalere su ogni interesse del paese, è lì che si combatte la guerra determinante per il nostro futuro.
Per il resto, anche se la Oppo non pare rendersene conto, se dovessimo rinunciare ad Affari tuoi ce ne faremo una ragione.
.
letture: un anno di Governo da Hermes (più illuminante che mai)
Per il resto, anche se la Oppo non pare rendersene conto, se dovessimo rinunciare ad Affari tuoi ce ne faremo una ragione.
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letture: un anno di Governo da Hermes (più illuminante che mai)
17 maggio 2007
Pubblicato da Monica 76 commenti Link a questo post
Longa manus
E fu così che un Ministro, non eletto dal popolo sovrano, sfiduciò il proprio rappresentante all’interno del Consiglio di Amministrazione della Rai.L’atto compiuto da Tommaso Padoa Schioppa nei confronti di Angelo Maria Petroni, eletto nel maggio 2005 in quota Forza Italia, ha in sé diversi risvolti: allontana l’Italia dall’essere un paese democratico e ci fa somigliare sempre più agli annosi regimi comunisti. Ma, non pago della singolare manovra, il titolare del Tesoro ha chiesto anche la convocazione dell’assemblea degli azionisti di Viale Mazzini per arrivare all’immediata rimozione dell’inviso Petroni.
La motivazione comunicata da Padoa Schioppa al Governo: una mossa necessaria per il "grave stato di crisi gestionale" e "lo stato di stallo in cui si trova la Rai" è quasi surreale se si pensa che l’attuale CdA ha provveduto a nominare il direttore del Tg1 (Gianni Riotta) di Rai International (Piero Badaloni), dei Gr Rai (Antonio Caprarica), di Rai News 24 (Corradino Mineo).
Ma ancor peggio sarebbe se l’azione del Ministro risultasse incostituzionale.
La legge vigente infatti (n.112/2004) così recita all’art.20:
"Il rappresentante del Ministero dell’economia e delle finanze, nelle assemblee della società concessionaria convocate per l’assunzione di deliberazioni di revoca o che comportino la revoca o la promozione di azione di responsabilità nei confronti degli amministratori, esprime il voto in conformità alla deliberazione della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi comunicata al Ministero medesimo".
Contrariamente a quanto fatto da Padoa Schioppa dunque, la legge dispone che ad ogni proposta di revoca è d’obbligo porre il parere della Vigilanza.
E se Romano Prodi fa quadrato intorno al suo uomo dichiarando: "Non possiamo lasciare la Rai allo sbando…abbiamo aspettato per mesi, poi il ministro dell'Economia ha preso l'iniziativa, che ha l'appoggio assoluto del governo" sembra ancora surreale rileggere quanto affermò a La Stampa il Ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, all’epoca della nomina del CdA Rai:
"Io sono convinto che il governo debba stare fuori dalle decisioni sulle nomine e dalla loro tempistica…Meglio che il governo stia fuori, meglio che tutti facciano un passo indietro riducendo le dichiarazioni e le pressioni sul consiglio d’amministrazione" (F. Manacorda per La Stampa, 13.09.2006)
A chi volesse tentare di far notare lo sbilanciamento a destra della composizione dell’attuale CdA Rai e quindi rilevare la non conformità dello stesso all’odierno status politico, è possibile ricordare che già nel 2001 (governo di centrodestra) vi fu un Consiglio di Amministrazione Rai di diverso orientamento rispetto a quello della maggioranza parlamentare presieduto all’epoca da Roberto Zaccaria, fra l’altro il CdA più longevo, durato per due mandati pieni dal 1998 al 2002.
Per meglio applicare la strategia dell’occupazione, il Consiglio dei ministri ha pensato bene di dare un’accelerazione al progetto di riforma della Rai fissandone la discussione già la prossima settimana.
Gli obiettivi indicati dal Ministro Paolo Gentiloni, paiono oggi ancor più stonati: maggiore separazione dell’attività della Rai dai partiti e dalla politica; più efficienza aziendale; separazione più netta tra attività finanziate dal canone e quelle finanziate dalla pubblicità all’interno della Rai. Ma poiché il testo prevede che la nuova Rai sarà controllata da una Fondazione di emanazione parlamentare, i cui costi graveranno ancora una volta sui contribuenti, non è chiaro come il Governo intenda escludere il controllo politico sul servizio pubblico.
La sintesi è illuminante. Con il testo di riforma del sistema televisivo, che impone a Mediaset la decurtazione del 45% degli introiti pubblicitari, con il provvedimento sul conflitto di interessi, che rende incompatibili incarichi di governo a chi possiede un patrimonio superiore ai 15 mln di euro e che fissa l’istituzione di un’apposita Authority che costerà, sempre ai contribuenti, 15 mln di euro nel triennio 2007-2009, con il siluramento di un consigliere del CdA in quota al centrodestra, la partita per il potere è aperta.
Un solo dubbio. Perché mai i cittadini dovrebbero finanziare con il canone un servizio pubblico delegittimato dallo stesso Governo del Paese ?
12 maggio 2007
Pubblicato da Monica 30 commenti Link a questo post
Inganni di governo
A quale governo spetta il merito del surplus delle entrate fiscali ?Gli osservatori in buona fede non avrebbero alcun dubbio. Logica vuole che un extragettito registrato nel 2006 sia frutto della Finanziaria di competenza di quell’anno.
Ma poiché nel Governo siedono anche uomini dotati di ironia, ci pensa Massimo D’Alema a manifestare il comune pensiero della coalizione: "Se Berlusconi avesse fatto ciò che abbiamo fatto noi in un anno di governo, adesso sarebbe a pavoneggiarsi in via dei Fori Imperiali".
Cosa avrebbe dovuto fare dunque il centrodestra per vincere le ultime elezioni politiche e poter poi andare a passeggiare orgogliosamente su imperiali strade romane ?
Avrebbe dovuto probabilmente usare quelle stesse armi che hanno consentito agli avversari di prevalere e che Franco Giordano sintetizza perfettamente in una dichiarazione al Corriere della Sera sull’impiego del cosiddetto tesoretto: "Padoa Schioppa – dice il Segretario di Rifondazione Comunista – fa un uso terroristico dei conti di cui si vuole occupare solo lui…".
Questo è ciò che Berlusconi non aveva fatto in cinque anni e che l’attuale Governo ha fatto in maniera sublime. Chi non ricorda "il Paese allo sbando" e i "conti allo sfascio" più volte evocati dall’Unione in campagna elettorale?
Ma forse Berlusconi avrebbe anche potuto fare altro. Avrebbe potuto fare di meglio che occuparsi di varare oltre 30 riforme strutturali, che avviare politiche sociali ed economiche liberali e liberiste. Avrebbe, per esempio, potuto piazzare amici ed ex collaboratori nei posti chiave dell’alta finanza.
Un po' come ha saputo abilmente fare Romano Prodi.
Come scrive Stefano Vespa per Panorama, l'attuale Presidente dell’Anas è Pietro Ciucci, che dall’87 al 2000 lavorò all’IRI di cui fu anche direttore generale. A capo dell’Enel c’è il bolognese Piero Gnudi, ex presidente e AD dell’IRI. Un altro ex presidente dell’IRI è Gian Maria Gros-Pietro, oggi presidente del gruppo Autostrade. Ma l’IRI è presente anche nello staff di Prodi, con il Sottosegretario Enrico Micheli, già direttore generale dell’Istituto nel ’93, con il portavoce Silvio Sircana, già portavoce dell’IRI, con il capo della segreteria del premier, Daniele De Giovanni, con il consigliere del premier per la ricerca scientifica, Alessandro Ovi.
Si allunga l’elenco di Stefano Vespa: "Angelo Tantazzi è presidente della Borsa Italiana, l’ex ministro Alberto Clò è nel CdA di Autostrade, i bolognesi Michele Pezzinga e Luca Enriques alla Consob, Antonello Perricone è l’AD della Rcs Mediagroup, Innocenzo Cipolletta è da poco presidente delle Ferrovie, senza tralasciare i rapporti con la Goldman Sachs, il cui ex direttore per le fusioni e acquisizioni, Massimo Tononi, è sottosegretario all’Economia".
Una così massiccia occupazione di posti strategici da parte degli amici del Premier è riuscita a scandalizzare perfino Clemente Mastella che ha detto: "La Quercia e i DL fanno il bello e il cattivo tempo mentre Romano mette uomini IRI in ogni dove. Noi non siamo presenti né all’Eni, né alle Ferrovie, né alla Cassa depositi e prestiti, né alla Rai. Se mi fossi lamentato come Rifondazione, chissà cosa sarebbe successo".
Già caro Ministro. Chissà cosa sarebbe accaduto se l’UDEUR avesse avuto lo stesso potere politico che ha la sinistra massimalista sul Governo.
Forse quella stessa cannabis che aleggia sulla tragedia di Vercelli, in cui è rimasta coinvolta una scolaresca piemontese, dopo che tracce della sostanza stupefacente sono state riscontrate nel sangue dell’autista, avrebbe potuto essere ritenuta un potenziale pericolo anziché un raffinato svago da considerare con indulgenza.
Avrebbe dovuto probabilmente usare quelle stesse armi che hanno consentito agli avversari di prevalere e che Franco Giordano sintetizza perfettamente in una dichiarazione al Corriere della Sera sull’impiego del cosiddetto tesoretto: "Padoa Schioppa – dice il Segretario di Rifondazione Comunista – fa un uso terroristico dei conti di cui si vuole occupare solo lui…".
Questo è ciò che Berlusconi non aveva fatto in cinque anni e che l’attuale Governo ha fatto in maniera sublime. Chi non ricorda "il Paese allo sbando" e i "conti allo sfascio" più volte evocati dall’Unione in campagna elettorale?
Ma forse Berlusconi avrebbe anche potuto fare altro. Avrebbe potuto fare di meglio che occuparsi di varare oltre 30 riforme strutturali, che avviare politiche sociali ed economiche liberali e liberiste. Avrebbe, per esempio, potuto piazzare amici ed ex collaboratori nei posti chiave dell’alta finanza.
Un po' come ha saputo abilmente fare Romano Prodi.
Come scrive Stefano Vespa per Panorama, l'attuale Presidente dell’Anas è Pietro Ciucci, che dall’87 al 2000 lavorò all’IRI di cui fu anche direttore generale. A capo dell’Enel c’è il bolognese Piero Gnudi, ex presidente e AD dell’IRI. Un altro ex presidente dell’IRI è Gian Maria Gros-Pietro, oggi presidente del gruppo Autostrade. Ma l’IRI è presente anche nello staff di Prodi, con il Sottosegretario Enrico Micheli, già direttore generale dell’Istituto nel ’93, con il portavoce Silvio Sircana, già portavoce dell’IRI, con il capo della segreteria del premier, Daniele De Giovanni, con il consigliere del premier per la ricerca scientifica, Alessandro Ovi.
Si allunga l’elenco di Stefano Vespa: "Angelo Tantazzi è presidente della Borsa Italiana, l’ex ministro Alberto Clò è nel CdA di Autostrade, i bolognesi Michele Pezzinga e Luca Enriques alla Consob, Antonello Perricone è l’AD della Rcs Mediagroup, Innocenzo Cipolletta è da poco presidente delle Ferrovie, senza tralasciare i rapporti con la Goldman Sachs, il cui ex direttore per le fusioni e acquisizioni, Massimo Tononi, è sottosegretario all’Economia".
Una così massiccia occupazione di posti strategici da parte degli amici del Premier è riuscita a scandalizzare perfino Clemente Mastella che ha detto: "La Quercia e i DL fanno il bello e il cattivo tempo mentre Romano mette uomini IRI in ogni dove. Noi non siamo presenti né all’Eni, né alle Ferrovie, né alla Cassa depositi e prestiti, né alla Rai. Se mi fossi lamentato come Rifondazione, chissà cosa sarebbe successo".
Già caro Ministro. Chissà cosa sarebbe accaduto se l’UDEUR avesse avuto lo stesso potere politico che ha la sinistra massimalista sul Governo.
Forse quella stessa cannabis che aleggia sulla tragedia di Vercelli, in cui è rimasta coinvolta una scolaresca piemontese, dopo che tracce della sostanza stupefacente sono state riscontrate nel sangue dell’autista, avrebbe potuto essere ritenuta un potenziale pericolo anziché un raffinato svago da considerare con indulgenza.
10 maggio 2007
Pubblicato da Monica 40 commenti Link a questo post
All'ombra del Colosseo
Ci avevano raccontato balle.Tante balle che la "serietà al governo" ancora se la ride.
Ci avevano promesso, a destra come a sinistra, che era necessario anche tagliare il numero dei parlamentari per ridurre i costi della politica e invece noi siamo ancora lì, dispersi fra 630 deputati e 315 senatori.
Consoliamoci che almeno il numero degli eletti non è aumentato dal ’48 ad oggi.
Ma se non aumenta la quantità dei nostri amati rappresentanti aumentano i metri quadrati a loro disposizione necessari, si badi bene, a lavorare 3 o 4 giorni la settimana spalmati su 6 mesi effettivi di attività parlamentare.
Non sufficienti le strutture faraoniche concesse gratuitamente a Camera e Senato dal Demanio, i due presidenti Franco Marini e Fausto Bertinotti hanno dato mandato ai loro collaboratori di ricercare immobili nel cuore della città eterna da utilizzare come uffici secondari del Parlamento.
E’ Franco Bechis, direttore di Italia Oggi a fare due conti: "Nel solo 2007 spenderanno 86 milioni in mattoni" di cui "38 mln in affitti di Camera e Senato, 31 mln in manutenzioni ordinarie e straordinarie, e poco meno di 18 mln accantonati per nuove acquisizioni durante l'anno".
Vale a dire che la politica è l’arte del possibile. Si può affittare come e a quanto si vuole, si può acquistare da chi e come si vuole, si può anche cambiare la destinazione d’uso di un immobile, da poco acquistato ma inutilizzato, col supporto del Comune di Roma laddove tutto può e dispone il beneamato Walter Veltroni.
Amato a sinistra ma anche a destra, da quella parte moderata e conservatrice della società, quel ceto borghese che ricorda la Roma nera e papalina dei tempi che furono.
E’ così che il Sindaco, informa La Repubblica, il prossimo 25 maggio siederà alla cena prevista al Circolo Canottieri Roma di cui è presidente Gianni Battistoni e Gianni Letta socio onorario. Un Veltroni dunque a suo agio anche nella cosiddetta Roma bene e che, come vetrina del suo primo libro "La scoperta dell’alba", scelse il Circolo Canottieri Aniene, presidente Giovanni Malagò, figlio di una nipote dell´antico ministro democristiano Pietro Campilli, ex concessionario-principe della Bmw e ora di Ferrari e Maserati.
Nomi altisonanti quelli dei soci costretti a sborsare 25.000 euro per l’iscrizione: gli imprenditori Claudio e Pier Luigi Toti, Alessandro Benetton , Alberto Tripi, gli editori Francesco Caltagirone e Angelo Rizzoli, i registi Tornatore, i fratelli Vanzina, Verdone, Ennio Morricone, ma anche gli armatori D´Amico.
Non è il caso comunque di sottolineare che la prossima realizzazione nella periferia romana, a Tor Vergata, di un mega impianto sportivo di 15.000 posti destinato ad ospitare i prossimi Campionati mondiali di Nuoto vede come Coordinatore del gruppo Costruttori proprio Gaetano Caltagirone nonché la partecipazione della Società Lamaro della famiglia Toti, della Santarelli spa, del Gruppo Parnasi e del Consorzio cooperative di Bologna.
E come ha scritto Alberto Statera su La Repubblica "…tutto romano e targato Aniene anche il gruppo che si è aggiudicato la Linea D della metropolitana, quello di Paolo Bruno della Ferrocemento e della Condotte, sul quale pendono i ricorsi delle imprese escluse dall’appalto".
Così mentre i palazzinari di Stato accrescono le loro proprietà immobiliari c’è chi sotto al Colosseo tesse la sua tela coi salotti del potere rinnegando anche quell’ideologia proletaria che tanto ha animato la sinistra dei tempi andati.
08 maggio 2007
Pubblicato da Monica 29 commenti Link a questo post
Prodi, dove vai se...
C’erano tempi in cui erano le urne a decretare un vincitore politico, ci sono tempi in cui è la politica a decidere sulle urne. Sono i nostri tempi, quelli in cui un avversario non viene battuto sul campo ad armi pari ma viene battuto all’interno dei palazzi del potere.Così Romano Prodi, fedele al suo tomo programmatico, non fa che estrapolare da esso quei due o tre propositi che, se approvati, annienterebbero in un sol colpo Silvio Berlusconi quale nemico politico da abbattere a colpi di macete.
A riprova di come il bastone del comando sia in mano alla sinistra massimalista, ecco che arriva il testo di legge sul conflitto d'interessi, che prevede l'incompatibilità tra incarichi di governo e chi è proprietario di un patrimonio superiore ai 15 milioni di euro o di un'impresa che svolga la propria attività in regime di autorizzazione o concessione.
La difesa dell’interessato è immediata: "Hanno tentato con la via giudiziaria e finora gli è andata male" prendendo di mira anche il Ddl Gentiloni sulla riforma del sistema televisivo definita dall’ex premier "una legge ammazza Mediaset che farebbe sparire completamente dalla nostra scena tutti gli investimenti stranieri e tutti i fondi di investimento internazionali".
Quanto sia contra personam il provvedimento del Governo è stato recentemente sottolineato dalla Commissione europea, la quale ha rilevato che il Ddl viola le procedure di garanzia a difesa del mercato, ma anche da esponenti della sinistra come Franco De Benedetti, per tre legislature senatore dell'Ulivo, che ha pubblicato un libro denso di osservazioni al testo Gentiloni. Titolo: «Quarantacinque percento». Sottotitolo: «Una critica liberale al progetto Gentiloni sulla Tv».
L’ex senatore fa notare che definire in posizione dominante le imprese che superano la soglia del 45% dei ricavi pubblicitari complessivi del settore televisivo non è coerente con la normativa comunitaria. Nello specifico poichè i ricavi di Mediaset derivano al 100% da pubblicità e quelli della Rai per metà dal canone e per metà dalla pubblicità, se sul mercato esistessero soltanto Mediaset e Rai, per avere una perfetta parità, Mediaset dovrebbe avere ricavi pari al 75% del totale decurtando da suo fatturato, secondo la legge in discussione, il 25% degli introiti.
Dulcis in fundo, il taglio del cuneo fiscale, roboante promessa dell’Unione in campagna elettorale oggi ancora nei meandri delle lotte interne alle sinistre di governo.
Le critiche mosse alla misura da Bruxelles sembrano ipotizzarne l'illegittimità. "I tecnici europei hanno chiesto una serie di chiarimenti all'Italia, non convinti dalla selettività dell'intervento che esclude banche, assicurazioni, imprese che operano su concessione o su tariffa nei settori dell'energia, acqua, trasporti, infrastrutture, poste, telecomunicazioni…" (La Repubblica, 1 marzo 2007)
Ma ecco che il Vicepremier Rutelli, per venire incontro alle riserve sollevate dalla Commissione Europea, chiede che l'estensione del cuneo fiscale venga applicata anche a banche e assicurazioni lasciando nel dimenticatoio della politica le aziende che operano nel settore della comunicazione.
E’ pressoché evidente dunque che dalle sinistre sia in atto un accerchiamento, politico ma anche personale, contro Berlusconi, contro le sue aziende nonché contro le migliaia di lavoratori che in esse operano, con il cinico obbiettivo di liberare la scena politica dal un avversario ancora temibile.
Se ciò appare sempre più una certezza verso cui sarebbe illusorio non confrontarsi, resta aperto un interrogativo che forse l’avidità politica della maggioranza ha posto in secondo piano e che noi qui rivolgiamo ai pazienti lettori e, perchè no, al diretto interessato: Prodi, dove vai se Berlusconi non ce l’hai ?
06 maggio 2007
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Il sogno e l'incubo
Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo
destinati a qualche cosa in più
che a una donna ed un impiego in banca
si parlava con profondità di imposte e di serietà (al Governo)
tra un bicchier di coca ed un caffè
tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi farò.
Eravamo tre amici al bar
Pier si è dedicato ad una banca
si può fare molto pure in tre
mentre gli altri se ne stanno a casa
si parlava in tutta onestà di contribuenti e tassabilità
tra un bicchier di vino ed un caffè
tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi però.
Eravamo due amici al bar
Sirky è andato con la donna al viale
i più forti però siamo noi
qui non serve mica essere in tanti
si parlava con tenacità di prelievi e passività
tra un bicchier di whisky ed un caffè
tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi sarò.
Son rimasto io da solo al bar
anche Tommy se n’è andato a casa
e quest'oggi verso le tre son venuti Fausto, Alfonso ed Oliviero
si son seduti lì vicino a me con davanti due canne e due caffè
li sentivo chiacchierare han deciso di cambiare tutto questo mondo che non va.
Sono qui con quattro amici al barche hanno voglia di cambiare il mondo.
02 maggio 2007
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